Aokigahara la foresta dei suicidi

Aokigahara la Foresta dei suicidi.
Aokigahara la Foresta dei suicidi.

 Ai piedi del Monte Fuji, in Giappone, sorge la foresta conosciuta con il nome di Aokigahara. Esistono due soprannomi che la contraddistinguono: il primo, innocuo, è Jukai, che significa né più né meno che “Mare di alberi”. Il secondo nettamente più inquietante e misterioso, ha rimbombato in tutto il mondo: Aokigahara la Foresta dei suicidi.

Composta principalmente da alberi e arbusti molto fitti, con qualche roccia lavica e caverne di ghiaccio sparse qua e là, la Foresta dei suicidi è tragicamente conosciuta in tutto il mondo per il gran numero di persone che decidono di farla finita, nascondendosi tra quei fitti rami e rimanendovi per sempre: addirittura, su tutto il territorio adiacente, sono affissi cartelli che invitano le persone a ripensarci. Non sembrano essere molto utili, in realtà, dato che di anno in anno le vittime continuano ad aumentare.

La foresta dei suicidi Aokigahara si estende all’incirca per 3000 ettari e si è formata dopo l’eruzione del vulcano Nagaoyama, inglobato nel Fuji, intorno all’anno 865: la vegetazione è costituita prevalentemente da conifere, querce giapponesi, fiori della neve e cipressi, apparendo praticamente inaccessibile e claustrofobica.

La sensazione che si ha una volta addentratisi in quella fitta vegetazione è quella di non poter più ritornare indietro, essendo praticamente impossibile ritrovare la strada d’uscita: chissà se tra le vittime si contano persone perdutesi all’interno di quel labirinto di alberi e suicidatesi per necessità.

Nonostante ciò, molti visitatori coraggiosi si incamminano buttandosi tra quelle braccia di foglie così inquietanti, sfidando sia la sorte che la maledizione che sembra colpire la foresta Aokigahara: pensate, il tasso di suicidi della “Foresta dei suicidi” è secondo al Golden Gate Bridge di San Francisco, altra meta tragicamente conosciuta per la quantità spaventosa di persone che decidono di porre fine alla propria vita.

La documentazione riguardo ai suicidi di Aokigahara ha inizio attorno agli anni ’50 del XX secolo: sono all’incirca 30 i suicidi all’anno registrati inizialmente, numero che è via via aumentato in maniera davvero drastica.

Se pensiamo che nel 2002 erano “appena” 78 i cadaveri scoperti, mentre nel 2010 sono arrivati addirittura a 274, ci troviamo di fronte a un dato davvero sconcertante: nonostante il governo giapponese abbia tentato di contenere l’esplosione mediatica attorno all’associazione del suicidio con la foresta di Aokigahara, il numero di persone suicidatesi è comunque aumentato.

Si ritiene che la maggioranza dei gesti estremi siano stati compiuti per ragioni economiche: i metodi di suicidio prediletti dai visitatori, poco intenzionati a far ritorno da Aokigahara, sono l’impiccagione e l’assunzione di farmaci.

La situazione è talmente delicata da aver fatto nascere la necessità di creare ronde speciali, composte da poliziotti, giornalisti e volontari, con il compito non tanto di far fare un dietro front ai potenziali suicidi (a quello ci pensano i cartelli scritti sia in giapponese che in inglese sparsi per tutta la foresta), bensì di cercare e rimuovere i corpi privi di vita.

Ovviamente le leggende riguardo alla foresta dei suicidi ai piedi del Monte Fuji sono molte: sembra che nel XIX secolo, ad Aokigahara, molti anziani venissero letteralmente abbandonati nella foresta per lasciarli morire (ubasute). I loro spiriti (yurei), arrabbiati per il vigliacco gesto commesso dai propri parenti, avrebbero quindi infestato la zona, impalcando una maledizione sulla foresta per una sorta di vendetta.

Ma la popolarità del luogo, almeno in Giappone, risale al 1960: in questo anno, infatti, Seicho Matsumoto pubblicò un romanzo intitolato “Nami no to”: la trama ruotava intorno alla storia di due amanti che finirono per morire suicidi proprio nella foresta Aokigahara.

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